Tutti i manager sanno che quando un collaboratore è motivato e soddisfatto mette il cuore e l’anima nel suo lavoro ed avrà l’energia e l’eccitazione per dare più di quanto gli viene richiesto. In qualità di consulente, formatore, coach, ma soprattutto di imprenditore quando devo scegliere un nuovo collaboratore cerco di dare alla motivazione una valenza superiore rispetto a tutte le altre competenze espresse dal candidato.
La mia esperienza mi porta a dire che non c’è organizzazione (anche la più piccola) che almeno nelle intenzioni, non presti attenzione a mantenere alta la motivazione e la soddisfazione dei propri collaboratori.
Eppure, secondo una indagine pubblicata da SHRM sembra che circa il 30% dei lavoratori sono demotivati e di questi addirittura il 6% mostrano ostilità nei confronti dell’azienda, mentre un ulteriore 20% della popolazione è “insoddisfatta”. Sembrerebbero dei dati a dir poco sorprendenti, come può un’azienda raggiungere i suoi obiettivi se il 50% dei lavoratori sono demotivati o insoddisfatti?
Con questo incipit, iniziavo un articolo scritto nel maggio del 2017 pubblicato sul mio profilo LinkedIn che, con mia sorpresa, ottenne oltre 20.000 visualizzazioni, 2.260 like e 293 commenti — un risultato che, per un pezzo di teoria HR senza nessuna pretesa virale, mi fece capire quanto il tema toccasse un nervo scoperto in chi legge.
Da allora sono cambiate molte cose: è arrivato lo smart working di massa, sono cambiate le generazioni che entrano in azienda, ed è arrivato un nome — coniato solo nel 2022, cinque anni dopo che lo avevo descritto — per una delle quattro categorie di cui parlavo: il quiet quitting.
Vale la pena tornarci sopra, aggiornando quello che allora avevo intuito con quello che oggi possiamo misurare.
Intanto per rispondere alla domanda che ho lasciato in sospeso: “come può un’azienda raggiungere i suoi obiettivi se il 50% dei lavoratori sono demotivati o insoddisfatti?”
Precisiamo subito che Motivazione e Soddisfazione non sono la stessa cosa e soprattutto svolgono un ruolo diverso. Un dipendente non motivato può essere soddisfatto, e un dipendente non soddisfatto può essere motivato.
È il punto di partenza di tutta la questione, che non cambia ed è la chiave di lettura di tutto il resto: la motivazione è l’energia che ci spinge ad agire per soddisfare un bisogno — viene prima della prestazione. La soddisfazione è il senso di appagamento per la prestazione fornita — viene dopo. Confonderle è l’errore più comune che vedo ancora fare a chi si occupa di persone in azienda.
Incrociando le due variabili, l’universo dei collaboratori si divide in quattro aree:

Quello che nel 2017 chiamavo “seduti” è, quasi parola per parola, la definizione che oggi si dà al quiet quitting: un disimpegno silenzioso, il fare esclusivamente il minimo indispensabile, senza mai arrivare a una vera e propria uscita dall’azienda. Il termine è nato solo nel 2022, come fenomeno social prima ancora che manageriale, e da allora è diventato uno dei temi più dibattuti nell’HR internazionale.
In Italia il fenomeno non è marginale: secondo il report State of the Global Workplace di Gallup, un quarto dei lavoratori italiani risulta “attivamente disimpegnato” — una quota superiore alla media europea — mentre meno della metà dichiara di “stare bene”, con livelli di stress percepito ben oltre la media continentale. Non parliamo quindi di un’eccezione, ma di una condizione diffusa che nel 2017 non aveva ancora un nome capace di farla percepire come urgenza collettiva.
Un elemento che nel 2017 non potevo ancora considerare: il lavoro da remoto ha cambiato le regole con cui riconosciamo questi profili. In presenza, un “seduto” si notava dal linguaggio del corpo, dagli orari rigidi, dall’atteggiamento in riunione. Da remoto, quello stesso disimpegno diventa quasi invisibile: basta essere online, rispondere in tempo alle chat, consegnare il minimo richiesto. Il rischio, per i manager, è di scambiare la presenza digitale per motivazione — e di scoprire il problema solo quando è già cronico.
Allo stesso tempo, lo smart working ha amplificato il rischio opposto per gli “inquieti”: l’isolamento fisico rende più difficile intercettare per tempo il segnale di chi è motivato ma insoddisfatto, prima che decida di andarsene — magari senza nemmeno una conversazione di chiarimento, complice la distanza.
I dati più recenti confermano — con più urgenza di quanto pensassi nel 2017 — un punto che allora sembrava quasi controintuitivo ai responsabili della formazione con cui parlavo: per recuperare motivazione e soddisfazione bisogna intervenire prima su chi guida, non solo su chi è guidato.
Le rilevazioni Gallup più recenti mostrano un calo dell’engagement proprio tra i manager, più marcato di quello registrato tra i collaboratori — con un peggioramento particolarmente forte tra i manager più giovani e tra le manager donne. Se chi guida un team è a sua volta disorientato, sovraccarico, poco supportato, non può essere lui stesso la fonte di ispirazione che i suoi collaboratori cercano.
I cinque accorgimenti che indicavo nel 2017 per rendere “felici” i nostri collaboratori restano, a mio parere, ancora validi come punto di partenza:
Un’ultima aggiunta che nel 2017 non avrei potuto scrivere con la stessa chiarezza: per molti dei più giovani che oggi entrano in azienda, il rifiuto del “vivere per lavorare” non è un segnale di scarso impegno, ma una scelta di valore. Il quiet quitting, per una parte della Gen Z, non nasce dal burnout ma da un diverso equilibrio tra identità personale e identità professionale. Non è un fenomeno da correggere con più controllo — è un cambiamento culturale da comprendere prima di poterlo gestire.
Continuo a pensare, come nel 2017, che la motivazione sia una delle competenze più difficili da costruire dall’esterno — ma non impossibile. Cambiano gli strumenti (oggi parliamo di AI, di lavoro ibrido, di generazioni con priorità diverse), ma il meccanismo di fondo resta lo stesso: le persone si muovono quando trovano un senso, non quando ricevono solo un incentivo. È la stessa convinzione che mi ha accompagnato in trent’anni di aula e di coaching, solo con nomi nuovi per fenomeni che, in fondo, avevo già visto arrivare.
Cos’è il quiet quitting?
Il quiet quitting è un disimpegno silenzioso sul lavoro: il dipendente fa solo lo stretto necessario, senza mai arrivare a dimettersi formalmente.
Qual è la differenza tra motivazione e soddisfazione sul lavoro?
La motivazione è l’energia che spinge all’azione e viene prima della prestazione; la soddisfazione è l’appagamento per il risultato ottenuto e viene dopo.
Come si riconosce un dipendente in quiet quitting da remoto?
Da remoto il quiet quitting è più difficile da notare perché manca il linguaggio del corpo tipico dell’ufficio: il segnale principale diventa la differenza tra presenza digitale (essere online, rispondere in chat) e reale coinvolgimento nei risultati.
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| L’AUTORE Daniele Bianchi Chairman & CEO di GEMA Business School e docente nel Master in Gestione e Sviluppo delle Risorse Umane. Psicologo del lavoro, si occupa di leadership, change management e sviluppo delle soft skill. Scopri il profilo → |
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Lorena vacchiano26 Luglio 2026Trustindex verifica che la fonte originale della recensione sia Google.
Esperienza bellissima, merito del corso veramente strutturato bene, l'accoglienza eccellente e delle persone meravigliose che ho potuto conoscere. Grazie ancora!Pubblicato su Google![]()
serena serena26 Giugno 2026Trustindex verifica che la fonte originale della recensione sia Google.
Scegliere GEMA e il corso GOL si è rivelata una scelta strategica, non scontata per me: ho 56 anni, quasi con 30 anni di esperienza, eppure devo dire che il percorso si è rivelato pari a un vero e proprio master. Docenti pratici e casi reali hanno reso immediatamente applicabili gli strumenti proposti; in particolare ho apprezzato fin dalle prime lezioni un evidente il valore aggiunto del percorso: docenti di altissimo livello, professionisti con una consolidata esperienza sul campo, capaci di andare oltre la semplice teoria per condividere strumenti concreti, casi reali, best practice e preziosi consigli maturati nella loro esperienza quotidiana. Un approccio pratico e orientato al mondo del lavoro che rende la formazione immediatamente applicabile e di grande impatto. Poi la Sostenibilità è un settore per un possibile orientamento futuro. Organizzazione e supporto dello staff sono stati professionali e puntuali. Il confronto con partecipanti di diversa età e provenienti da studi accademici e/o settori diversi ha arricchito il confronto e il networking. Consiglio il corso GOL a professionisti anche esperti che vogliono un aggiornamento ad alto impatto, strutturato come un master ma con forte orientamento pratico ad una professione del futuro e soprattutto a ragazze/i che vogliono un completamento della formazione accademica e che amano il tema della sostenibilità, perché attraverso il Corso possono trovare vari percorsi da quello Social, a quello prettamente Ambientale o a chi è più appassionato di azienda e Governance.Pubblicato su Google![]()
Francesco27 Maggio 2026Trustindex verifica che la fonte originale della recensione sia Google.
Temevo che questa business school fosse caratterizzata dalla tipica pressione al risultato e dall'esaltazione a primeggiare. Invece, ho trovato un percorso formativo orientato alla maturazione (adattissimo ai più giovani!), fondato sull'attenzione al dettaglio, sulla pratica, sull'empatia e su quelle piacevoli imperfezioni che rendono l'ambiente autentico e umano.Pubblicato su Google![]()
Tesivald Danaj19 Maggio 2026Trustindex verifica che la fonte originale della recensione sia Google.
Fantastici docenti ed organizzazione sia dei contenuti che del corso. Vivamente consigliatoPubblicato su Google![]()
Marco T.19 Maggio 2026Trustindex verifica che la fonte originale della recensione sia Google.
Grazie per la professionalità!Pubblicato su Google![]()
Veronica Pellegrini19 Maggio 2026Trustindex verifica che la fonte originale della recensione sia Google.
Ho frequentato il Master in Project Management con l’obiettivo di acquisire competenze tecniche, ma ne esco con un bagaglio che va ben oltre la teoria del diagramma di Gantt. Ecco i pilastri che hanno reso questo percorso straordinario: - Relazioni e Networking: Fin dal primo giorno si è creata un’atmosfera di scambio autentico. La totale assenza della classica barriera docente-studente ha favorito un clima di collaborazione che ha arricchito enormemente l’esperienza. - Contenuti Esperienziali: Il corso si è basato su casi studio e progetti reali; un approccio learning by doing che permette di capire immediatamente come applicare gli strumenti nel mondo del lavoro. - Supporto Pratico: La disponibilità dei docenti e dei tutor è stata un punto di riferimento costante. Ho trovato un supporto tempestivo e concreto per ogni difficoltà. - Evoluzione Personale: L'aspetto più prezioso è stata l'attenzione alle soft skills. Il percorso mi ha aiutato a evolvere in termini di leadership, comunicazione assertiva e problem solving. In sintesi: Un percorso formativo che non si limita a insegnare come gestire un progetto, ma ti trasforma profondamente come professionista.Pubblicato su Google![]()
Pierluigi Di Giovenale18 Maggio 2026Trustindex verifica che la fonte originale della recensione sia Google.
Esperienza di accrescimento molto valida. Docenti preparati, coinvolgenti e appassionati. Staff cordiale, disponibile ed efficiente. Struttura accogliente e ben gestita.Pubblicato su Google![]()
Alessia Bruni16 Maggio 2026Trustindex verifica che la fonte originale della recensione sia Google.
Esperienza super positiva che ricorderò con piacere. formazione di qualità, docenti competenti e staff GEMA sempre accogliente e disponibile. Ho apprezzato molto anche il clima di classe e i contatti umani creati durante il percorso. Consiglio vivamente questo master a chi vuole crescere nelle Risorse Umane.Pubblicato su Google![]()
Gabriella Brancato15 Maggio 2026Trustindex verifica che la fonte originale della recensione sia Google.
Frequentare il Master in GEMA Business School è stata un'esperienza di crescita non solo professionale, ma anche personale. Fin dal primo giorno l'accoglienza dello staff è stata eccellente. Ho trovato un ambiente stimolante, umano e profondamente attento alle esigenze del singolo. I professori sono di altissimo livello e sanno trasmettere la passione per questo lavoro. Grazie a tutto il team GEMA per la professionalità, il calore e il costante supporto durante tutto il percorso. Molto utile anche il lavoro di orientamento e il bilancio delle competenze svolto dal Placement.Pubblicato su Google![]()
Flavia Padoan22 Aprile 2026Trustindex verifica che la fonte originale della recensione sia Google.
Struttura eccelente, percorso formativo molto buono ed estremamente utile.
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